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006C’è stato un tempo in cui l’unico mio momento di pace e serenità era rappresentato da lunghe passeggiate solitarie in riva al mare.

Ognuno di noi ha i suoi drammi e so bene che c’Ë di peggio ma il mio personalissimo inferno era rappresentato da una situazione senza una via d’uscita e dal fatto che non potevo far altro che stare fermo ad aspettare che la situazione si evolvesse da sola e che elementi estranei alla mia volontà si ricombinassero per tirarmene fuori.

Persone come me, che vivono ossessionati dalla consapevolezza di avvicinarsi sempre di pi˘ alla morte, temono l’inattività come il peggiore dei mali ma pi˘ di tutto temono lo scorrere del tempo e il fatto di dover subire la vita senza esserne padroni e vedere passare mesi ed anni lasciandoli vuoti e perdendoli per sempre.

Ho dovuto restare fermo ad aspettare cosÏ a lungo che credevo che non sarei più tornato alla vita.
La credevo finita ed immaginavo già la fine.

Andavo in riva al mare tutti i giorni a guardare i tramonti.
Un masochistico modo per ricordare a me stesso che ero ancora vivo, che un altro giorno mi era sfuggito tra le dita e che non potevo far altro che aspettare.

Ad ogni tramonto ripetevo a me stesso che gli errori si pagano e che per quanto ci si possa pentire dei propri non si sfugge alle conseguenze.
La vita presenta sempre il conto e allora puoi solo augurarti di essere capace di pagarlo.

L’ho pagato. Con la solitudine, le privazioni, le rinunce e il rimpianto.

L’ho pagato con tutti quei pomeriggi passati da solo.
Momenti introspettivi solitari in cui la bellezza era solo nei colori del mare, nei raggi del sole e nei voli solitari dei gabbiani.

Il mare d’inverno evoca tristezza ma io iniziavo le mie passeggiate a Novembre per finire in Aprile proprio perchÈ trovare le spiagge vuote e desolate era il mio obiettivo.
Stare solo era il mio modo per allontanare la tristezza e ricercare la bellezza nel paesaggio e nei rumori del mare.
Troppo male faceva il rumore delle vite degli altri.
Fortunatamente la bellezza si trova sempre.
Bisogna adattarsi e saperla cogliere.
Il mondo Ë cosÏ bello che non si può cedere alla disperazione. Mai!

Ho cambiato idea molte volte nel corso degli anni riguardo a cosa avrei fatto se mai ne fossi uscito vivo e in tutto il tempo che ho avuto per pensarci ho elaborato un piano per rifarmi del tempo perduto:

Per prima cosa voglio impiegare il mio tempo per aiutare gli altri.
Non accusatemi di banalit‡ prima di leggere la mia motivazione:
La disperazione in cui mi trovavo mi ha insegnato che per resistere alla vita quando tutto va male c’Ë un solo modo: Aiutare qualcuno che ha bisogno di te.
Niente ti ricarica pi˘ della consapevolezza che anche dal buco pi˘ profondo del tuo inferno hai potuto aiutare qualcuno che aveva bisogno.

Il mio secondo proponimento Ë di non sbagliare mai pi˘ o, per meglio dire, di provare a sbagliare il meno possibile riservando sempre a me stesso una seconda possibilit‡ o una via di fuga predisposta e ben congegnata.

Il terzo Ë di amare. Amare la vita ancor pi˘ di quanto abbia fatto in passato riempiendo i miei giorni con tutta la vitalit‡ e le passioni che per troppo tempo ho dovuto reprimere. Ma soprattutto amare le persone, quelle che ancora devo conoscere, quelle che non mi hanno mai abbandonato, e quelle che avevo perso.

Il quarto Ë non dimenticare.
Non voglio dimenticare la tristezza di quegli anni e la solitudine di quei pomeriggi in riva al mare per tenere sempre presente che se il prezzo degli errori puÚ essere altissimo la capacit‡ di resistere puÚ esserlo altrettanto.

Ma pi˘ di tutto non voglio dimenticare tutti i momenti di felicit‡ che verranno perchÈ se ho trovato la forza ho potuto farlo ricordando la felicit‡ del passato e immaginando quella nel futuro.

Viviamo per questo!
Per quei brevi momenti in cui siamo felici.

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